Archives 2015

Milton Friedman

Milton FriedmanMilton Friedman “Nessun pasto è gratis” «Molta gente vorrebbe che il governo proteggesse il consumatore. Un problema molto più urgente è che il consumatore deve proteggersi dal governo.» L’economista Milton Friedman è il padre del buono scuola. Ovvero del sistema di finanziamento degli istituti d’istruzione basato sulle preferenze dal basso, nella convinzione – sacrosanta – che i genitori sappiano meglio di chiunque altro qual è la scuola migliore cui affidare i loro figli. Lo Stato consegna un voucher alle famiglie, le quali lo girano alla scuola – statale, privata, confessionale, laica, creata da una cooperativa di insegnanti, di genitori o da un imprenditore puro – che ritengono migliore per l’educazione del proprio figlio. Le scuole quindi convertono il buono in denaro contante. Ritenuta un’idea eretica mezzo secolo fa, quando fu lanciata da Friedman, il buono scuola ha conquistato consensi negli Stati Uniti e persino nel Vecchio continente. Considerato il principale esponente della teoria economica del monetarismo – secondo cui le forze del mercato, e non certo gli interventi dello Stato, possono assicurare una crescita senza inflazione – grandissimo teorico del liberalismo e tra i principali difensori del capitalismo “laissez-faire”. Straordinario economista e pensatore, Milton Friedman nasce il 31 luglio 1912 a Brooklyn, da una famiglia ebrea poverissima emigrata dall’Europa orientale alla fine del XIX secolo. Diventato uno dei membri più autorevoli della cosiddetta Scuola di Chicago, nel 1947 fonda, assieme a Friedrich August Von Hayek, Ludwig Von Mises, Karl Popper e altri, la Mont Pèlerin Society, associazione composta dai più eminenti esponenti liberali del mondo con funzione di “Roccaforte del Liberalismo” in un periodo dominato da idee per lo più stataliste. Nel 1963 dà alle stampe, assieme ad Anna Schwartz, “La storia monetaria degli Stati Uniti – 1867-1960”, uno dei più importanti studi di storia monetaria mai realizzato, anche secondo chi, come Paul Samuelson e James Tobin, ha sempre espresso opinioni opposte sia in economia che in politica. Un celebre capitolo di quest’opera è dedicato alla crisi del 1929, evento cruciale per l’evoluzione delle idee in senso statalista che hanno dominato il ventesimo secolo. Le analisi di Friedman & Schwartz furono rivolte a confutare le tesi keynesiane che descrivevano tale crisi come un fallimento del mercato. Friedman dimostra, dati empirici alla mano, che in realtà quella crisi non fu l’effetto di una carenza del mercato, bensì di un preciso errore commesso dalla Banca Centrale americana, oltre che della sua politica restrittiva e deflazionistica. Così, secondo la complessa e dettagliata analisi di Milton Friedman, quella che aveva tutte le caratteristiche di una normale crisi ciclica, si trasforma, per colpa di un ente di governo (monetario in questo caso) nella più grave depressione economica dell’era capitalista. Coerentemente con queste posizioni Friedman fu in seguito un implacabile accusatore del Welfare State, che nella sua ottica è solo una forma di assistenzialismo di stato, più costosa di quanto in realtà sia utile. Il “Liberanimus: centro di studio del liberalismo e della cultura liberale” in un articolo su Milton Friedman sapientemente sintetizza: “Secondo tale concezione paternalistica della povertà, lo stato (e non la persona) individua alcuni bisogni ritenuti “essenziali” e si assume di offrire, spesso in condizioni di monopolio, i relativi servizi all’intera collettività. Tale modo di affrontare la povertà fondato sulla redistribuzione in natura si rivela inefficiente, dato che, violando la libertà di scelta dei beneficiari, ottiene, a parità di costo, un risultato inferiore dal punto di vista del benessere di questi ultimi. Se a questo si aggiunge, sia che il costo dell’assistenzialismo grava su tutti (anche sui poveri), mentre i benefici vanno spesso a chi non ne ha bisogno, sia il fatto che i servizi resi sono spesso assai insoddisfacenti, invece di ritrovarci garantita una “uguaglianza di accesso” a servizi pubblici essenziali, ci ritroviamo in presenza di una “ineguaglianza di uscita” dall’inefficienza pubblica: solo i benestanti, infatti, possono permettersi di pagare due volte gli stessi servizi, optando per la fornitura privata. Ma si sa che il vero scopo del Welfare State non è quello di aiutare i meno abbienti, ma quello di “ingrassare” politici, burocrati, sindacalisti e profittatori assortiti che vivono alle spalle dell’industria dell’assistenza pubblica. Tra le idee alternative al Welfare State (idea peraltro assai discutibile) Friedman ha proposto l’imposta negativa (1962). Secondo tale idea, si individua un break-even point, in corrispondenza del quale non si pagano imposte. Invece che non pagare nulla al di sotto di tale cifra, Friedman propone che ai percettori di redditi inferiori a detta cifra lo stato assegni una somma equivalente a una percentuale della differenza esistente fra reddito minimo e reddito percepito. Tale redistribuzione in moneta, anziché in natura, farebbe salva la libertà di scelta dei beneficiari: lo stato non tratterebbe più i poveri come se fossero degli incapaci che non sono in grado di valutare da sé i propri bisogni, ma come individui responsabili. Inoltre, il sistema sarebbe immune dagli effetti regressivi attuali e, soprattutto, vedrebbe sottoposta alla disciplina del mercato e alla concorrenza la fornitura di quei servizi sociali di cui i cittadini hanno maggior bisogno”. Premio Nobel per l’Economia nel 1974, Milton Friedman fu ispiratore di quel progetto politico che, a partire dagli anni ’60, porterà Ronald Reagan prima al Governatorato della California nel 1968, e poi alla Presidenza degli Stati Uniti nel 1980. Milton Friedman muore a San Francisco, a causa di un arresto cardiaco all’età di 94 anni, il 16 novembre 2006. Tra i suoi molti libri ricordiamo “Capitalismo e Libertà” (1962), “Dollari e Deficit” (1968), “Per il libero mercato” (1971) e “Liberi di scegliere” (1980), quest’ultimo scritto insieme alla moglie Rose.

Ma chi ha paura (e perché) degli istituti confessionali? di Dario Antiseri – Corriere della Sera – 26 aprile 2015

È difficile far comprendere a tanti laicisti statalisti, e quindi antiliberali e conservatori, che quei pochi cattolici ancora schierati a difesa della scuola libera — e non solo loro, ma anche i sostenitori delle scuole laiche dell’Associazione nazionale istituti non statali di educazione e istruzione (Aninsei) — lottano per una grande cosa: la libertà d’insegnamento. E a quanti, in particolare, sostengono che le scuole paritarie a orientamento confessionale dovrebbero venir cancellate in uno Stato laico va ricordato che proibire e soffocare le differenze può essere (come affermato anni fa dall’allora arcivescovo di Parigi, cardinal Lustiger) la prima causa della loro violenta esplosione.

Le diversità di visioni del mondo e di valori scelti sono l’essenza della società aperta. Ma davvero, allora, sarebbe una grande conquista di libertà per l’Italia la scomparsa delle scuole non statali, laiche e cattoliche, o anche del Liceo israelitico di Roma e Milano? La società aperta è chiusa solo agli intolleranti. Di conseguenza, non esistono ragioni per proibire le scuole a orientamento confessionale, se queste si inseriscono nel quadro dei valori della Costituzione. Negare la presenza delle scuole a orientamento confessionale significa distruggere l’esistenza di pezzi della nostra migliore storia e proibirne sviluppi futuri. Ed è opportuno far presente che per esempio in Belgio, accanto a scuole libere di orientamento cattolico e protestante, troviamo anche istituti gestiti da autorità religiose ebraiche e islamiche; scuole induiste e islamiche sono in funzione nei Paesi Bassi; e istituti neutri, cattolici, protestanti e islamici troviamo in Germania.Le cose non si fermano qui, giacché lo statalista laicista tende a precisare che le scuole a orientamento confessionale sarebbero — ex definitione — centri di formazione acritica. Dunque, per esempio, la «scuola cattolica» consisterebbe di professori dogmatici e studenti acritici. Tutto questo sulla base dell’idea che un credente non può che essere acritico.Ma, guarda caso, Newton era cristiano, e lo fu Kant, e prima di loro lo furono Cartesio e Pascal. Dunque: Cartesio, Pascal, Newton e Kant — tutti acritici perché cristiani? Acritici: Agostino, Tommaso, Scoto, Occam? E davvero critici solo gli statalisti anticlericali? Hilary Putman è un ebreo osservante: anch’egli, dunque, vittima dell’indottrinamento e mente acritica, sprofondato nel più bieco dogmatismo e un pericolo per la democrazia? I laicisti dovrebbero essere più attenti, meno dogmatici e meno acritici nei loro pronunciamenti e nelle loro scomuniche. Il laicismo, subito coniugato con lo statalismo, contrasta con la prospettiva laica della concezione liberale. Il laico non è un laicista. E un laicista non è un vero liberale. Lo Stato liberale, cioè laico, non ha un agnosticismo da privilegiare o da imporre. L’agnosticismo — che poi si impasta con il rifiuto di ogni fede rivelata — è una concezione filosofica che, in una autentica società aperta, convive con altre concezioni filosofiche e religiose della vita. È una concezione rispettabile, ma non può pretendere di essere onnivora, di ergersi a «religione di Stato» e a giudice inappellabile di altre scelte di concezioni della vita. Non può nemmeno porsi come unica prospettiva del sistema scolastico, e presumere di cancellare da questo sistema quello che secoli di storia hanno costruito e ci hanno tramandato: le visioni religiose della vita e dell’umano destino — orizzonti di senso e di valori entro i quali spendere la vita. Un sistema formativo che al suo interno non favorisce l’istituzione di scuole a orientamento religioso è frutto di menti indottrinate e dogmatiche, cariche di clericalismo rovesciato. Si ripete, sempre da più parti, che le scuole private — e segnatamente quelle cattoliche — sarebbero «luoghi di indottrinamento»; a differenza di quelle statali viste come centri di costruzione di menti critiche. È chiaro che siamo di fronte a un’accusa generica e genericamente infamante. Insegnanti critici si trovano in scuole statali e in scuole non statali; così come guarnigioni di insegnanti dogmatici si trovano in scuole statali e non statali. Solo che dagli insegnanti dogmatici delle scuole statali le famiglie che non hanno la possibilità di mandare i propri figli in altre scuole non possono facilmente difendersi. E che il dogmatismo abbia costituito una malattia grave di tanti docenti, soprattutto negli anni passati, è testimoniato dall’estesa diffusione di non pochi libri di testo — per esempio, di filosofia, letteratura, storia — non costruiti di certo da menti scientifiche, aperte, capaci di dubbi e problematiche: libri di testo che non hanno sicuramente contribuito a formare menti critiche.Altra obiezione proveniente da più parti: la scuola deve rimanere saldamente e totalmente nelle mani dello Stato a motivo del fatto che soltanto la scuola pubblica sarebbe in grado di garantire la formazione del cittadino. E qui è ovvio che dietro a simile presa di posizione preme l’eterna tentazione della Stato etico, di uno Stato che si arroga il diritto di formare le menti dei propri sudditi, sottraendo i giovani alle comunità naturali e volontarie, prima tra tutte quella della famiglia. E a questo punto val la pena insistere sul fatto che, senza parità economica, la parità giuridica tra scuole statali e scuole non statali equivale semplicemente a una sentenza di morte per queste ultime. Ed ecco, allora, che l’introduzione del buono-scuola attuerebbe l’unica soluzione compatibile con le regole della società aperta, dando ai cittadini la possibilità di scegliere tra scuole diverse quella che è più affine alle proprie convinzioni culturali, filosofiche, religiose.

Il CdS ribalta la sentenza del TAR Lazio – Ripartono i licei quadriennali.

Roma, 18 febbraio 2015
Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 832/15, depositata oggi, ha dichiarato legittimo il decreto ministeriale di istituzione del liceo breve quadriennale, ribaltando la sentenza del TAR Lazio che il 17 settembre 2014 il TAR Lazio aveva accolto il ricorso della CGIL – Lavoratori della Conoscenza ed aveva dichiarato illegittima la sperimentazione introdotta dal MIUR.
La sentenza del TAR Lazio, (b) che non aveva riguardato le sperimentazioni delle scuole paritarie(/b) ma solo le quattro scuole statali che in Italia che avevano a settembre avviato tali corsi. Quindi tali scuole possono proseguire tranquillamente nella sperimentazione. In evidenzia il Consiglio di Stato: “l’articolazione dei richiamati moduli sperimentali risulta nel complesso omogenea e adeguata, anche in considerazione del fatto che alla riduzione di un anno nella durata del corso di studi secondario di secondo grado fanno da contraltare: a) un maggiore numero di ore settimanali di lezione; b) un maggiore numero annuale di giorni di lezione; c) la sostanziale invarianza delle materie di insegnamento; d) la piena conferma ed applicazione delle vigenti disposizioni in tema di esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione e in tema di rilascio dei titoli di studio finali”.
Il liceo quadriennale è una realtà in vigore nella maggior parte dei paesi europei i cui studenti affrontano gli studi universitari con un anno di anticipo rispetto a quelli italiani. La sperimentazione elimina di fatto il gap tra i diplomati italiani e quelli europei, assicurando, nel contempo, competenze e conoscenze di prim’ordine, tramite un percorso di studi serio ed impegnativo, con un monte ore complessivo equivalente.
Sentenza del CdS del 18 febbraio 2015

Addetti alle aree attrezzate per l’infanzia, nei centri commerciali e similari – Inquadramento contrattuale

Roma, 10 gennaio 2014
La Commissione Paritetica Nazionale ANINSEI/OO.SS. firmatarie del CCNL (Art. 5, Parte prima, CCNL 2010-2012) si è riunita su richiesta dell’ANINSEI per individuare l’inquadramento contrattuale degli Addetti alle aree attrezzate per l’infanzia, nei centri commerciali e similari.
La Commissione Paritetica Nazionale ha deliberato che dette figure vadano inquadrate al livello II, area prima (Art. 5, Parte Seconda, Titolo II, CCNL 2010-2012 ) nella mansione degli” assistenti all’infanzia”.
L’orario di lavoro di detto personale è quindi di 38 ore settimanali, sottoposto a turnazione con orario normale di lavoro la domenica e nei giorni festivi per cinque giorni settimanali di lavoro e due di riposo.
La retribuzione è quella normale relativa al II livello.
Quanto sopra in deroga all’ Art. 34 e Art. 37 Parte Seconda Titolo VI del CCNL.
Quanto stabilito troverà più organica sistemazione nell’ articolato del rinnovo contrattuale.